venerdì 4 ottobre 2013

Quelle cose da fare in due

Lo ami proprio, quell'affare lì. Lo ami di quell'amore strano che rasenta la follia. Che ancora non hai capito bene da dove sgorghi e fin dove si possa spingere. Quell'affare è proprio roba tua, geni tuoi, carne tua. Che - come te - la mattina si sveglia e pensa subito a una sola cosa, mangiare. "Mama, bibi". "Dammi il biberon che ci ho fame". Con gli occhi stropicciati e i boccoli scomposti, con quel sorriso del buongiorno, ti si lancia addosso con tutta la forza e tutta la mole. Dritto di testa sulla tua testa, "baaaam", ti dice. Lui, l'imitatore seriale di suoni e rumori. Pieno di lividi e di bernoccoli. E ad ogni bozzo un "baaaaam".

Dicevo. Lo ami. Non ne faresti a meno. Ma mica sempre sempre. Cioè ci sono volte, ci sono cose, che ti va benissimo fare senza di quell'affare lì in mezzo ai piedi. Ad esempio le cose che è piacevole e romantico fare in due - tu e il tuo Lui. Non ci si può vergognare della verità. No, non si sta parlando del sesso (per quanto effetivamente pure quello). La colazione. Parlo della colazione perché mi sta molto a cuore. La colazione per me e per Lui è una specie di rito. O meglio, lo era. La chiamavamo la colazione del campione. Apparecchiati come alla vigilia di Natale, seduti. Fette di pane dorate calde con il burro e la marmellata dell'orto. Yogurt e miele. Spremuta d'arancia e caffè.

Ora che ci penso mangiavamo veramente tanto tanto. Ecco perché avevo il doppio delle chiappe di adesso. Comunque. Era bello svegliarsi e condividere quei minuti tutti nostri prima di dividerci negli impegni di ciascuno. Il mostro ha un po' scombussolato le carte. Ma dopo 13 mesi di tentativi abbiamo riconquistato il baluardo. Trasferirci in un nuovo quartiere (fatto avvenuto solo quattro settimane fa, che a me sembrano quaranta) ha prodotto due effetti: il primo è scendere due piani di scale, suonare il campanello e mollare il nano davanti alla porta senza nemmeno aspettare che la nonna apra e scappare. Il secondo è stato andare alla scoperta dei luoghi che ci facessero sentire di nuovo a "casa". Trastevere ce lo consentì fin da subito perché la sua conformazione e la gente che vive il rione lo permettevano. Un clima sempre caciarone e familiare, un linguaggio sempre sopra le righe.

Monteverde vecchio è diverso. E' un quartiere residenziale con poca, pochissima vita, abitato per lo più da quegli anziani che negli anni 50 sono entrati nelle case fresche di costruzione. MA c'è un ma. Ultimamente qualche capitano coraggioso sta provando a portare una ventata di gioventù e proprio dietro casa nostra ha aperto quello che ad oggi si è meritato il prestigioso titolo: "il nostro bar". Si chiama Café Vert, il Caffè Verde.

L'architetto che ci ha lavorato si chiama Bartolomeo Quintiliani, di studioQ. Non è una marchetta la mia, perché nemmeno lo conosco (ancora). Mi sono fatta dare il suo numero dal titolare del bar perché le mensole di acciaio e legno sono divertenti e mi piacerebbe mettere qualcosa del genere in cucina, dietro alle famose lampadine di cui parlo qui.

Tornando alla colazione, guardo tutto quel ben di dio nella vetrinola ma mi limito ad un caffè marocchino molto buono, a due chiacchiere Lui ed io da soli, e a un saluto volante. Su un marciapiede che per adesso di familiare non ha proprio niente.

La cena è un altro momento che sta riprendendo i suoi spazi originali. Ora che Vittorio si addormenta tra le 20.30 e le 21 riusciamo (quando mi ricordo di fare la spesa) a sederci tranquilli. Nei limiti in cui mangiare con un mega lampadario ancora incartato sul tavolo, senza luci e con un bordello generale in giro ti faccia stare "tranquillo". Però fare tutto questo in due non è male. Non è affatto male.



















2 commenti:

  1. Che bella immagine! Me lo devo rileggere questo post nelle giornate in cui vedo tutto nero. Grazie!

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    1. Capita a tutti. A me spesso. Basta sapere (e soprattutto volere) tenere vivo e vegeto quello che c'è ma che con gli impegni e un figlio tende a passare in secondo piano...

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